Empowerment: chi decide cosa?

Empowerment: chi decide cosa?

Empowerment: dalla diagnosi alla cura chi decide cosa?

Capita spesso, quando ci si ammala di avere la sensazione di “perdere il controllo” su di sé e sul proprio corpo. La diagnosi prima e le decisioni in merito alle cure, poi, vengono spesso vissute come un tornado che travolge e spazza via tutte le certezze fino a quel momento acquisite.
Si ha la sensazione di aver perso, e di non riuscire a ritrovare, la propria capacità di empowerment.

Ma che cos’è l’empowerment?

Il dizionario lo definisce come: “la conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni, sia nell’ambito delle relazioni personali sia in quello della vita politica e sociale”.

Ma come si concilia il controllo sulle proprie scelte con il fatto che ci si trova difronte ad una realtà sconosciuta, con termini che spesso non si conoscono e non si comprendono fino in fondo?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato più volte che la promozione dell’empowerment del paziente è un pre-requisito per la salute, mentre l’attuale Programma di Azione Comunitaria in materia di salute pubblica dichiara che la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali rappresenta uno dei valori fondamentali su cui si basa la strategia comunitaria.

Come dare, in termini pratici, potere al paziente?

Dal punto di vista del medico ciò avviene se e solo se il paziente viene accuratamente informato, fornendogli indicazioni chiare e comprensibili circa la propria diagnosi, i possibili trattamenti, i rischi e i benefici ad essi connessi.

Il “medicalese” delle lettere di dimissioni e dei consensi informati che il paziente è chiamato a firmare prima di qualsiasi intervento, il più delle volte senza capirne il contenuto, dovrebbero divenire esempi di come non comunicare con il paziente. Migliorare lo scambio d’informazione permette di incrementare il livello di interazione medico-paziente, in modo tale che il medico non decida per il paziente, ma con il paziente.

Come fa il paziente ad acquisire questo potere? Innanzitutto pretendendo tutte le informazioni che ritiene necessarie. Chiedere chiarimenti ogni qualvolta i termini utilizzati non siano comprensibili o sufficientemente chiari. Soffermarsi a ragionare con i curanti su cosa possa essere meglio per sé, per la propria qualità di vita, ma anche per la qualità delle cure.

Come si coniugano però necessità di sapere con la paura di sapere?

La diagnosi spesso spaventa e spaventa così tanto da provare in desiderio di nascondere la testa sotto la sabbia e non volerne sapere proprio nulla. “Fate voi. Siete voi i medici decidete per me”, questo pensiero spesso si associa anche alla rabbia e al senso di impotenza. In questi casi, anche se si riesce ad intervenire in modo efficace ed efficiente sul corpo, sulla dimensione fisica della malattia, gli strascichi emotivi e psicologici possono essere di difficile gestione sia per il paziente sia per coloro che lo affiancano.

È ormai noto e condiviso il fatto che, nella cura di qualsiasi patologia, si debba superare la centralità della dimensione fisica della malattia, alla quale deve essere affiancata la sfera emotiva, mentale e spirituale dell’individuo. Le scienze psicologiche collocano al centro di questo schema proprio l’empowerment, che in medicina costituisce uno strumento e al tempo stesso un fine della promozione della salute: un processo il cui obiettivo è quello di potenziare le risorse personali psico-sociali della persona nella gestione della malattia e del proprio percorso di cura, agendo su più livelli: il paziente, la famiglia, il medico o la società.

Il sostegno psicologico è uno dei metodi più efficaci  per potenziare tali risorse e per far riscoprire all’individuo le proprie capacità di pensiero ed azione in qualsiasi contesto si trovi ad agire.

 

 

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