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La Forza del Gruppo

COS’È LA PSICOTERAPIA DI GRUPPO?

Si tratta di un percorso di supporto e cura rivolto ad un numero limitato di persone che si incontra, regolarmente, per un certo periodo di tempo in un contesto protetto da un contratto di riservatezza co-costruito e condiviso.

La finalità è quella di fornire strumenti di riflessione e cambiamento rispetto a un disagio psicologico, relazionale o comunicativo.

Il gruppo attiva e fa risuonare nei singoli individui dinamiche e fattori terapeutici come appartenenza, senso di identificazione, speranza, condivisione, apprendimento e scambio di informazioni.

È uno strumento in grado di fornire risorse utili ad aumentare consapevolezza di sé, del proprio funzionamento rispetto ad esperienze e relazioni del presente o a legami e vissuti legati al passato.

Il terapeuta costruisce insieme al gruppo la conoscenza dello stesso, come un processo creativo che, di volta in volta, momento per momento, costruisce un qualcosa di inedito, mai uguale, che prima non c’era e dopo non si ripeterà. È un processo creativo, ricco di interdipendenze e portatore di cambiamenti, più o meno consapevoli.

Ogni gruppo ha la propria storia, ogni membro ha la propria storia, ma anche ogni terapeuta ne ha una; è la propria storia unita ad esperienze e teorie che lo guida nell’osservazione, nell’agire in terapia, nel proprio lavoro terapeutico.

 

LA NOSTRA PROPOSTA

La nostra proposta terapeutica è rivolta a gruppi di pazienti oncologici, che necessitano di uno spazio di condivisione rispetto al proprio vissuto emotivo dalla diagnosi in poi, durante e dopo la malattia e i percorsi di cura.

La condivisione sarà un’opportunità di confronto di esperienze ed emozioni, che diventeranno strumenti utili di conoscenza di sé e costruzione di risorse maggiormente funzionali nell’attraversamento di alcune fasi importanti della vita.

Il gruppo sarà formato da un massimo di 8 persone e un minimo di 5 persone.

 Il pacchetto prevede 5 incontri, a cadenza settimanale, che si svolgeranno dalle 17 alle 19, condotti da uno psicoterapeuta opportunamente formato e si svolgeranno in modalità telematica.

Il costo di ogni pacchetto da 5 sedute è di 100 euro a persona, che andranno a supportare le attività di sostegno della nostra ONLUS.

Per iscrizioni e ulteriori informazioni potete scrivere a info@wewillcare.it. Le iscrizioni saranno aperte fino a venerdì 12 giugno!

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PsycHeroHub

We Will Care Onlus lancia una piattaforma per supportare medici e infermieri che si trovano in prima linea durante l’emergenza Covid-19. Una risorsa per essere al fianco di chi cura – scopri il progetto PsycHeroHub, clicca sul link sottostante

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Se anche tu vuoi sostenere il progetto puoi fare una donazione a We Will Care Onlus – IBAN: IT33F0344001601000000462700 – Causale: AL FIANCO DI CHI CURA

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L’impatto Psicologico della quarantena e come possiamo ridurlo

La quarantena è definita come la segregazione e il monitoraggio di persone, animali e cose potenzialmente esposte a trattenere o portare con sé i germi di una malattia contagiosa. L’obiettivo consiste nel tenere sotto controllo il loro stato di salute, riducendo al contempo il rischio di ulteriore contagio grazie alla diminuzione degli spostamenti e dei contatti interpersonali (Centers for Disease Control and Prevention, 2017). La parola quarantena fu usata per la prima volta a Venezia nel 1127 a fronte di alcuni casi di lebbra e in risposta alla Morte Nera; nei fatti, però, fu realmente attuata solo 300 anni dopo, quando il Regno Unito la impose per combattere la diffusione della peste (Newman, 2012). Ai giorni d’oggi, si ripropone come strumento contro l’epidemia del coronavirus 2019 (COVID-19).

La quarantena è spesso un’esperienza spiacevole. La separazione dai propri cari unita a perdita della libertà, incertezza sullo stato della malattia e noia possono talvolta creare anche effetti drammatici. Sono stati segnalati casi di suicidio (Barbisch, Koenig and Shih, 2015), esplosioni di rabbia e azioni legali avviate in seguito all’imposizione della quarantena (Miles, 2015). I benefici in termini sanitari devono quindi essere attentamente valutati e messi in relazione ai possibili costi psicologici, cercando di ridurli il più possibile (Rubin, 2020).

Qual è nel dettaglio l’impatto psicologico della quarantena sulla salute mentale?

Quali sono i fattori che contribuiscono o mitigano i possibili effetti negativi?

Una review che prende in considerazione soggetti con SARS, Ebola, influenza pandemica H1N1 del 2009 e 2010, Sindrome Respiratoria Mediorientale e influenza equina ci permette di fare chiarezza (Brooks et., 2020).

L’impatto psicologico della quarantena

E’ chiaro che la quarantena lasci delle tracce visibili in termini di distress e ansia (Jeong et al., 2016; Liu et al., 2012), specialmente dovuti alla noia e all’isolamento. Tali effetti sono riscontrabili anche in persone che non hanno mai mostrato segni di difficoltà psicologica precedenti (Cukor et al., 2011). Parecchi studi evidenziano un’alta prevalenza di sintomi disturbo psicologico, senza particolari differenze tra chi sceglie volontariamente di mettersi in quarantena e chi è costretto a viverla come un’imposizione. Nello specifico, si sottolineano: disturbi emotivi (Mihashi, et al., 2009), depressione (Yoon et al., 2016), stress (Hawryluck et al., 2004), umore basso (Di Giovanni et al., 2004), irritabilità, insonnia, sintomi post-traumatici da stress, (Lee et al., 2005) ed esaurimento emotivo (Marjanovic, Greenglass and Coffey, 2007).

In particolare, soggetti in quarantena a causa del contatto ravvicinato con persone potenzialmente infettanti hanno riferito paura, nervosismo e tristezza oltre che confusione, rabbia, intorpidimento e insonnia indotta dall’ansia. Pochi hanno riportato invece sentimenti positivi (Braunack-Mayer et al., 2013; Caleo et al., 2018; Cava et al., 2005; Desclaux et al., 2017; Di Giovanni et al., 2004; Pan, Chang and Yu, 2005; Pellecchia, 2015; Wang et al., 2011). Da un ulteriore confronto emerge che il solo fatto di essere stati in quarantenapossa essere considerato un fattore predittivo di disturbo da stress acuto e depressivo, anche a distanza di 3 anni sia per adulti che bambini (Sprang and Silman, 2013). Continuano infatti a persistere cambiamenti a livello comportamentale (ad esempio, lavaggio attento e prolungato delle mani e l’elusione della folla) che ritardano di molti mesi il ritorno alla normalità (Cava et al., 2005). Un’ eccezione è fatta per i soggetti più giovani (ad esempio, gli universitari), i quali non presentano differenze significative in termini di sintomi post-traumatici da stress o problemi generali di salute mentale, forse favoriti da minori responsabilità rispetto agli adulti lavoratori (Wang et al., 2011).

Un discorso a parte merita di essere fatto nei confronti delle professioni sanitarie (Liu et al., 2012; Wu et al., 2009). I professionisti della salute possono trovarsi in una duplice situazione: continuare la loro attività lavorativa oppure essere costretti alla quarantena, subendo l’allontanamento dal loro posto di lavoro. In quest’ultimo caso è possibile che si sviluppino alti livelli di preoccupazione nei confronti dei colleghi in condizioni di sotto-personale rispetto all’ingente mole di lavoro (Brooks et al., 2018). Secondo alcuni studi, nel post-quarantena il personale sanitario è significativamente più propenso a riferire stanchezza e comportamenti di evitamento nei confronti di persone e luoghi affollati (specialmente con il distacco da persone che tossiscono o starnutiscono) e ansia nei rapporti con pazienti febbrili, fino alla riduzione al minimo dei contatti diretti. In aggiunta, si rilevano sintomi di irritabilità, insonnia, scarsa concentrazione e indecisione, deterrenza delle prestazioni lavorative e riluttanza al lavoro, anche al punto di prendere in considerazione le dimissioni dal proprio posto lavorativo (Sprang and Silman, 2013; Marjanovic, Greenglass and Coffey, 2007). In alcuni casi, sono stati segnalati anche abuso di alcol o sintomi di dipendenza (Wu et al., 2008).

Predittori di impatto psicologico pre-quarantena

Ci sono evidenze contrastanti per stabilire se le caratteristiche individuali (ad esempio, i dati demografici) possano essere considerati predittori dell’impatto psicologico negativo della quarantena. Uno studio di Taylor e colleghi (2008) ha evidenziato che la giovane età(16-24 anni), un livello scolastico inferiore, il genere femminile e avere un figlio rispetto a nessun figlio (sebbene avere tre o più figli sia considerato protettivo) possano essere predittori di un negativo impatto psicologico. Storie di malattia psichiatrica sono inoltre associate all’esperienza di ansia e rabbia fino a 4–6 mesi dopo (Jeong et al., 2016).

Quali sono gli eventi stressogeni durante la quarantena?

 Durata della quarantena

Periodi più lunghi di quarantena sono stati associati in particolare a problemi di salute mentale, sintomi post-traumatici da stress, comportamenti di evitamento (Jeong et al., 2016; Reynolds et al., 208) e rabbia (Marjanovic, Greenglass and Coffey, 2007). Sebbene la durata non sia sempre chiara, uno studio (Jeong et al., 2016) ha dimostrato che soggetti in quarantena per più di 10 giorni mostrano sintomi di stress post-traumatico significativamente più alti rispetto a coloro che vivono la quarantena per meno di 10 giorni.

Paure di infezione

La paura per la propria salute e/o la paura di infettare gli altri, in particolare i propri familiari, sono due tra i timori più presenti (Bai et al., 2004), con preoccupazione acuta in presenza di sintomi fisici potenzialmente correlati all’infezione (Desclaux et al., 2017). In generale, le persone maggiormente preoccupate per la propria salute e quella degli altri risultano essere donne incinte e donne con bambini piccoli (Braunack-Mayer et al., 2013).

Frustrazione e noia

Il confinamento, la perdita della solita routine e il ridotto contatto sociale e fisico sono stati spesso indicati come causa di noia, frustrazione e senso di isolamento, percepiti altresì come angoscianti (Blendon et al., 2004; Braunack-Mayer et al., 2013; Cava et al., 2005; Hawryluck et al., 2004; Reynolds, 2008; Robertson et al., 2004; Wilken et al., 2017). Questa frustrazione è legata principalmente alla perdita delle proprie attività quotidiane come fare acquisti per le necessità di base (Hawryluck et al., 2004) o prendere parte alle attività di sociali anche online tramite telefono o Internet (Jeong et al., 2016).

Forniture inadeguate

Avere scorte di approvvigionamenti di base inadeguate (ad es. cibo, acqua, vestiti o alloggio) durante la quarantena è fonte di frustrazione (Blendon et al., 2004; Wilken et al., 2017). In particolare, la fornitura insufficiente o intermittente di cibo, acqua, e materiale anti-contagio (mascherine, guanti e termometri) sono associati a sentimenti di ansia e rabbia anche 6 mesi dopo (Jeong et al., 2016). Non essere in grado di ricevere cure mediche regolari e le prescrizioni necessarie possono rappresentare un ulteriore problema.

Informazioni inadeguate

La scarsità di informazioni e la non chiarezza sulle azioni da intraprendere da parte delle autorità di sanità pubblica possono essere fattori di stress (Braunack-Mayer, 2013; Cava et al., 2005; Di Giovanni et al., 2003; Pellecchia et al., 2015; Robertson et al., 2004). La confusione è spesso causata dalle differenze di approccio e contenuto dei vari messaggi come risultato della scarsa coordinazione tra le diverse giurisdizioni (DiGiovanni et al., 2003), con il rischio che le persone si prospettino scenari disastrosi (Desclaux et al., 2017). Allo stesso modo, secondo Reynolds e colleghi (2008), tale confusione comporta la difficoltà percepita nell’adempiere ai protocolli a seguito della mancanza di linee guida e/o motivazioni chiare.

Gli stress post-quarantena

Finanza

La quarantena porta con sé la chiusura di diverse attività professionali; di conseguenza, perdite finanziarie e forti preoccupazioni sono inevitabili, con effetti a lungo. Negli studi esaminati, la perdita finanziaria crea un grave disagio socioeconomico (Pellecchia et al., 2015) ed è un fattore di rischio per il manifestarsi di rabbia, ansia, depressione e disturbi post-traumatici (Jeong et al., 2016; Mihashi et al., 2009; Hawryluck et al., 2004). Durante la quarantena a causa dell’influenza equina, uno studio su un gruppo di proprietari di cavalli (Taylor et al., 2008) ha rilevato più del doppio delle probabilità di misurare livelli di difficoltà emotiva elevati rispetto a coloro che non hanno un reddito legato alla propria attività. Allo stesso modo, un altro studio (Desclaux et al., 2017) su soggetti in quarantena a causa di un potenziale contatto da Ebola ha evidenziato che, sebbene i partecipanti avessero ricevuto assistenza finanziaria, alcune persone hanno ritenuto che l’importo fosse insufficiente e che fosse arrivato troppo tardi.

Stigmatizzazione

Le persone in quarantena vengono spesso evitate e allontanate, vittime di giudizi negativi e paure (Newman, 2012; Wester & Giesecke, 2019; Wilken, Pordell & Goode, 2017). In uno studio condotto da Desclaux e colleghi (2017) in Senegal, alcuni operatori sanitari sono arrivati al punto di rinunciare a rientrare al lavoro a causa delle forti paure sviluppate dai familiari rispetto a un nuovo contagio. Le tensioni intra-familiari sono così motivo di ostacolo alla ripresa della condotta di vita precedente di questi operatori sanitari, che hanno deciso di cambiare completamente il loro stile di vita, con tutto ciò che questo può significare in termini psicologici. Molte persone diventano infatti dipendenti dalle loro famiglie per la mancata possibilità di autonomia, lasciando spazio a un clima difficile, spesso ricco di conflitti.

Le strategie possibili: il segreto dell’Altruismo

 In merito alle condizioni e alle difficoltà emerse, alcune semplici ma indispensabili indicazioni possono essere messe tempestivamente in atto. Devono essere implementate forme di supporto psicologico, intervenendo anche preventivamente per aiutare ciascuno di noi a fronteggiare nel miglior modo possibile le difficoltà attuali così come quella che potenzialmente verranno. Pensiamo semplicemente al ritorno al lavoro e a quali conseguenze in termini emotivi può comportare. Nel tempo presente, alcune semplici strategie volte al benessere psicologico possono essere messe in atto. Dedicare del tempo alla cura dei propri cari è importante, così come non perdere di vista se stessi e i propri bisogni. E’ possibile inoltre che le tensioni familiari accrescano, in alcuni casi alimentate dalla complessa gestione dei figli a casa da scuola. Il rilassamento può essere, ad esempio, un ottimo spazio per stare con se stessi, allentando le frustrazioni e possibili ansie quotidiane. Un occhio di riguardo deve inoltre essere rivolto ai professionisti sanitari, le cui conseguenze negative da un punto di vista psicologico sono maggiormente significative. In questo periodo così delicato, psicologi e psicoterapeuti sono valide figure di riferimento a cui potersi rivolgere. Molteplici forme di contatto online (telefono, Skype, WhatsApp) sono attualmente gli strumenti più utilizzati per interventi di supporto e sostegno anche a distanza.

Avere conoscenze chiare e complete sulla malattia e sulla possibilità di contagio è indubbiamente un altro aspetto molto importante. Spesso i social media contribuiscono alla diffusione di notizie poco chiare, che creano ancora più confusione e turbamento (Person et al., 2004). E’ bene che siano divulgate solo le informazioni ufficiali del sistema sanitario, al fine non solo di promuovere forme di conoscenza corretta ma anche di dare indicazioni precise rispetto a come gestire eventuali sintomi. Il sistema sanitario ha inoltre l’importante compito di rispettare e far rispettare i giusti tempi di quarantena previsti, senza eccedere né tantomeno sottovalutare il periodo necessario. L’adesione a un programma ben pianificato permette di non incrementare il senso di frustrazione e demoralizzazione, facili conseguenze di un continuo prolungamento dei tempi di quarantena (Rona et al., 2007).

Vi sono inoltre molteplici strumenti e linee guida spendibili nel quotidiano, in primis il mantenimento di buone e costanti comunicazione con familiari e amici tramite telefono e social networks e di attività ricreative (Manuell & Cukor., 2011). Poter far conto su altre persone che vivono le stesse difficoltà aiuta a sentirsi meno soli e maggiormente compresi (Pan, Chang & Yu, 2005). Questo aspetto di cura e attenzione individuale è essenziale, sia sulla popolazione generale che nei confronti di alcune categorie specifiche.

Teniamo presente che il modo di vivere e fronteggiare la quarantena dipende inevitabilmente dalle risorse che ciascuno di noi possiede, motivo per cui persone con redditi insufficienti e/o che subiscono ingenti perdite per la chiusura della propria attività (lavoratori autonomi e mancanza di un congedo retribuito) potrebbero richiedere livelli supplementari di sostegno. Agire tempestivamente significa allora assicurarsi che ognuno abbia gli adeguati approvvigionamenti per soddisfare i bisogni primari di base (ad esempio, cibo, acqua e farmaci necessari). Sono raccomandabili rimborsi finanziari ove possibile e programmi sviluppati per fornire sostegno finanziario. Se possibile, i datori di lavoro potrebbero adottare un approccio proattivo per consentire ai dipendenti di lavorare da casa, al fine sia di evitare forti perdite finanziarie e i vissuti di noia. Pur consapevoli che il personale potrebbe non essere al massimo delle proprie capacità produttive, potrebbero comunque nascere vantaggi dal supporto sociale remoto tra colleghi (Manuell, M. E., & Cukor, 2011).

In conclusione, non tutti vivono la quarantena nelle medesime condizioni socio-sanitarie. Ognuno di noi è allora chiamato a un gesto di altruismo, anche solo partendo dal vivere la quarantena come scelta di protezione verso di sé e l’altro, specialmente rispetto alle categorie più a rischio (anziani e persone con patologie pregresse) (Liu, 2012; Wu, Fang & Guan, 2009). Rafforzare questo senso di altruismo è il primo passo per vivere la quarantena nel miglior modo possibile, rileggendola come un atto di Cura per Sé e l’Altro.

 

References

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TROFEO FORMENTON

TROFEO FORMENTON: WE WILL CARE E CENTRO VELICO CAPRERA, ANCORA UNA VOLTA, UNITI PER UN GRANDE TRAGUARDO!

Il Centro Velico Caprera e We Will Care Onlus sono fra i protagonisti della trentesima edizione del Trofeo Mario Formenton, la regata velica più affascinate dell’estate, in programma il 20 agosto. In un clima di condivisione e sano agonismo, questo appuntamento vede sfidarsi imbarcazioni di ogni tipo e skipper di ogni livello in uno spettacolare percorso che da Porto Rafael si snoda per circa 21 miglia, fra Barrettini, Budelli, Spargi, Punta Paganetto e Porto Pollo.

Per l’occasione, il Centro Velico Caprera schiera sulla linea di partenza tre imbarcazioni: una di queste partecipa con un equipaggio d’eccezione, costituito da due suoi istruttori e quattro allieve che si sono formate alla vela aderendo al programma “Pazienti a Bordo”, il progetto realizzato grazie a una collaborazione con l’Università Statale di Milano, l’Istituto Europeo di Oncologia e We Will Care Onlus, l’associazione che promuove il supporto psicologico dei pazienti oncologici e dei loro familiari, con l’obiettivo di elaborare metodologie all’avanguardia destinate al recupero emotivo di chi ha vissuto l’esperienza di un tumore.


“Pazienti a Bordo” coniuga un percorso di psicoterapia con l’impatto emotivo dell’esperienza velica e ai benefici emozionali e fisici dello straordinario paesaggio de La Maddalena. Il progetto, infatti, dimostra la possibilità di un innovativo approccio psicologico alla cura del paziente oncologico che sfrutta le metafore offerte dalla vela e dal mare per lavorare sulla ricostruzione emotiva dell’individuo. Il vento cambia, il mare è imprevedibile, ma è necessario imparare a tenere la rotta: questo è lo spirito che bisogna adottare durante l’esperienza di malattia per attraversarla e superarla al meglio.  E il successo è dimostrato proprio dalla partecipazione di questo team al Trofeo. Le quattro allieve sono infatti riuscite a confrontarsi con se stesse e il mare nell’ambito della scuola di vela, arrivando così a prendere parte a uno degli eventi più coinvolgenti della nautica in Italia.


Non resta che aspettare il 20 agosto per augurare buon vento ai team del Centro Velico Caprera, con la speranza che i suoi equipaggi si distinguano nell’area di regata come è accaduto durante la scorsa edizione, quando il Centro Velico Caprera ha conquistato il primo e il secondo posto nella sua classe.

Per maggiori informazioni sulla regata www.trofeoformenton.it

 

 

 

 

 

 

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Burnout Go Out

Un corso per oncologi, progetto pilota di un corso di formazione  che partirà a settembre presso l’Università degli Studi di Milano.

Parte oggi 21 luglio 2018, presso il Centro velico Caprera , Burnout Go Out, progetto  coordinato scientificamente dalla prof.ssa Gabriella Pravettoni, Direttore della Divisione di Psico-oncologia dello IEO.  e Professore Ordinario della Statale. Incontri di psicologia, ma anche lezioni di vela per aiutare i medici di questa specializzazione ad affrontare lo stress prodotto dal lavoro in corsia e dalla frequentazione quotidiana del dolore dei malati.

Sono quotidianamente a contatto con il dolore di pazienti e famiglie, si trovano di fronte a richieste sempre più frequenti di gestione di stress lavoro-correlato e per questo, talvolta, anch’essi hanno bisogno di un sostegno fattivo, di un percorso guida che li aiuti a mantenere elevata la lucidità e la qualità delle prestazioni professionali che rischia di essere altrimenti inficiata da modalità lavorative psicologicamente usuranti.

I medici oncologi sono esposti sempre più spesso alla sindrome del burnout che sta assumendo, nell’ambito della categoria, dimensioni particolarmente rilevanti. Si fa pertanto stringente l’esigenza di trovare adeguate ed efficaci contromisure.

Una settimana di incontri di formazione psicologica sul burnout in oncologia e soprattutto sulle possibili strategie di contrasto, cui si affianca quotidianamente un corso di vela, funzionale agli scopi formativi del progetto.

La vela diventa, in questo modo, una esperienza pratica in cui tradurre concretamente i principi teorici, grazie al lavoro in equipaggio, metafora tangibile del lavoro in equipe e della capacità di chiedere aiuto, affidare ruoli, suddividere competenze e responsabilità, comprendere, riconoscere e gestire quelle componenti emotive che poi accompagnano intensamente l’attività degli oncologi negli ospedali e negli studi medici. L’isola di Caprera, con l’assenza di richiami alla vita frenetica di tutti i giorni e alle sovrastrutture imposte all’individuo, ben si presta all’obiettivo dichiarato dagli organizzatori. Del resto, l’aumento dei casi registrati in campo oncologico richiede interventi mirati: i numeri dicono che in Europa circa il 70% dei giovani oncologi soffre di questo problema, in Italia non è ancora sufficientemente affrontato, almeno come richiederebbe la delicatezza dell’argomento.

“Non esistono strumenti per contrastare questo fenomeno, non ci sono, ad esempio, figure specifiche negli ospedali capaci di sostenere i medici oncologi, che devono quindi cavarsela in autonomia – dichiara Marina Chiara Garassino, Presidente di Woman For Oncology Italy.” Burnout Go Out, progetto di We Will Care Onlus, sviluppato e proposto da Gabriella Pravettoni, professore ordinario di Psicologia delle Decisioni all’Università Statale di Milano e Direttore della Divisione di Psico-Oncologia dello Istituto Europeo di Oncologia (IEO) è una prima risposta a questa tematica.

Un progetto pilota da cui si svilupperanno due iniziative, la prima con l’obiettivo di censire nel dettaglio le categorie mediche più colpite dalla sindrome in ambito oncologico, generalmente donne e giovani, la seconda con cui dotare proprio le donne di strumenti calibrati per affrontare meglio questo ostacolo.
Il fenomeno in Italia è sottostimato, c’è meno la cultura del supporto al medico. Invece va dato a questi professionisti il bagaglio di strumenti per salvaguardarsi in termini cognitivi e relazionali. 

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Pazienti a Bordo: la mostra

Dal 21 al 29 Marzo  alla Statale di Milano

Una mostra fotografica e un progetto scientifico per una nuova dimensione della Cura.

 

In mostra alla Statale nella prima settimana di primavera le immagini-testimonianza di un gruppo di donne che insieme alle loro psicologhe e agli istruttori del Centro Velico Caprera hanno trasformato la navigazione a vela in un’esperienza di profonda ricostruzione emotiva dopo la malattia.

Il vento cambia, il mare è imprevedibile, ma dobbiamo imparare a tenere la rotta. E lo stesso dobbiamo fare durante l’esperienza di malattia per attraversarla e superarla al meglio senza lasciarci travolgere.

E’ questo il messaggio al centro della Mostra fotografica PAZIENTI A BORDO. Racconto per immagini di donne che sanno navigare in acque agitate” organizzata dal Centro Velico Caprera e dall’Università Statale di Milano, in collaborazione con We Will Care Onlus.

La mostra nasce dal progettoPazienti a bordo”, partito l’estate scorsa a Caprera con il contributo iniziale dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) ed ora finanziato da We Will Care, la nostra Onlus nata per offrire gratuitamente supporto psicologico ai pazienti oncologici, valorizzandone le risorse e l’autonomia in ogni fase del percorso di cura.

La seconda edizione di “Pazienti a bordo”, in programma per l’estate prossima a Caprera, confluirà in una ricerca scientifica che ha l’obiettivo di elaborare metodologie all’avanguardia destinate al recupero emotivo di chi ha vissuto l’esperienza di un tumore e che coinvolgerà 150 pazienti, che verranno selezionate nelle prossime settimane. Le partecipanti saranno ospiti grazie ai fondi raccolti da We Will Care e al contributo del Centro Velico Caprera.
Le pazienti interessate possono inviare una mail info@wewillcare.it indicando nome, cognome e recapito telefonico e saranno ricontattate per un primo colloquio.

L’inaugurazione della mostra, che si terrà il 21 marzo, alle ore 17.30, è preceduta dalla conferenza stampa – sempre il 21 marzo, ma alle ore 10.30 in Sala di Rappresentanza, a cui parteciperanno le pazienti insieme al rettore Gianluca Vago, a Paolo Martano, presidente del Centro Velico Caprera, e a Josefa Idem, campionessa mondiale e olimpica di canoa. Modera Gabriella Pravettoni.

 

 LA MOSTRA

“PAZIENTI A BORDO. Racconto per immagini di donne che sanno navigare in acque agitate”

Loggia del cortile d’onore dell’Università degli Studi di Milano

Via Festa del Perdono, 7 – Dal 21 al 29 marzo 2018

Ingresso libero e gratuito dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle 19.00

Invito Mostra

 

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Che cos’è la fatigue?

La fatigue in oncologia: un nome complesso, tante variabili.

Si stima che circa l’80-90% dei pazienti in trattamento con radio e/o chemioterapia riferisca, tra i sintomi più frequenti e invasivi, proprio la fatigue.

Secondo il Comprehensive Cancer Network la fatigue può essere definita come una “una sensazione soggettiva, stressante, persistente di stanchezza o spossatezza correlata al cancro o al suo trattamento, non proporzionale all’attività eseguita, che interferisce con le abituali attività e che spesso non è alleviata dal sonno o dal riposo”.

La fatigue impatta in maniera importante sulla qualità di vita del paziente e in particolar modo sulla capacità di lavorare, sulla possibilità di vivere la quotidianità e sulla vita sessuale con conseguenze sociali ed economiche talvolta devastanti. (Stone et al., 2000)[1]

Sintomi

La maggior parte dei pazienti riferisce, spesso, di non riuscire a svolgere le normali attività della vita quotidiana, come cucinare, riordinare casa, rifare il letto o farsi la doccia e pettinarsi. Si sentono perennemente stanchi, senza forze e senza energie, con la sensazione costante di essere svuotati.  A tutto ciò spesso si associa la sensazione di avere la testa vuota o essere colti da vertigini, ritrovarsi con il fiatone anche dopo una leggerissima attività fisica come ad esempio spostarsi da una stanza ad un’altra. Questo tipo di stanchezza sembra, al malato, assolutamente sproporzionata rispetto agli impegni quotidiani.
Vengono riportati anche sintomi quali difficoltà a ricordare le cose, a prestare attenzione e a decidere anche su cose molto banali. Anche il tono dell’umore è coinvolto e i pazienti riferiscono di avere sbalzi d’umore frequenti, si commuovono troppo facilmente; tendono spesso al ritiro sociale e diminuisce il desiderio sessuale.

Cause

Non è facile identificare in modo univoco le cause della fatigue poiché essa è un sintomo moltidimensionale, ossia coinvolge aspetti estremamente diversi tra loro ma, allo stesso tempo strettamente correlati.

La maggior parte dei ricercatori concorda sul fatto che la fatigue sembrerebbe correlata a:

  • il cancro e le sue complicanze (anemia, turbe elettrolitiche, disidratazione, anoressia/cachessia, insufficienza epatica, renale e cardiaca, ipossia, insufficienza corticosurrenalica, febbre, deficit neurologici);
  • i trattamenti specifici e i possibili effetti collaterali (chemioterapia, radioterapia, terapie a bersaglio molecolare, ormonoterapia, immunoterapia, chirurgia);
  • sintomi fisici legati alla malattia o ai trattamenti (dolore, dispnea, difficoltà a deglutire, perdita di appetito);
  • comorbilità (ipotiroidismo, diabete mellito, scompenso cardiaco, malattie cardiovascolari, infezioni, broncopneumopatia cronica ostruttiva)
  • uso di farmaci non connessi alla terapia antitumorale (oppioidi, farmaci psichiatrici, antistaminici, beta-bloccanti, corticosteroidi) [2].

A questi aspetti più “fisici” si affiancherebbero aspetti psicologici e comportamentali quali, ad esempio: ansia, depressione, insonnia, diminuita attività fisica e difficoltà ad alimentarsi.

I rimedi esistono?

Fortunatamente si, esistono alcuni rimedi e alcuni interventi che, seppure non eliminano del tutto la fatigue, aiutano ad alleviarne gli effetti più debilitanti.

Come sempre il primo e più importante dei passi da fare è parlarne con il proprio medico e con l’équipe dei curanti. Può essere utile, per iniziare, utilizzare un “diario della fatigue” in cui registrare i momenti della giornata in cui i sintomi sono più debilitanti, questo darà la possibilità di trovare con il medico le strategie di intervento più adatte.

In linea generale la comunità scientifica concorda sul fatto che la fatigue può essere ridotta attraverso l’integrazione di differenti strategie:

L’esercizio fisico

Anche se potrebbe richiedere molto sforzo per alzarsi e muoversi, è importante svolgere una, anche blanda, attività fisica che, di per sé, può ridurre l’affaticamento. Gli studi dimostrano che i malati di cancro che si allenano sono meno stanchi e depressi. Dormono anche meglio dei pazienti che non si allenano.

La dieta

 

Molti pazienti non sono in grado di mangiare normalmente e perdono peso. Ciò può essere dovuto alla nausea correlata al trattamento, al vomito e alla mancanza di appetito. Chiedi al tuo medico dei consigli nutrizionali o di inviarti a un nutrizionista. Questo esperto può lavorare con te per assicurarti di avere abbastanza calorie, liquidi, proteine ​​e altri nutrienti per aiutare a prevenire l’affaticamento e aumentare l’energia.
Una corretta alimentazione è importante per mantenere un adeguato stato nutrizionale e per contrastare un eventuale calo di peso, prevenendo e riducendo la fatigue.

Il sonno e il riposo

 

Molte persone affette da cancro soffrono di disturbi del sonno. Tali disturbi possono essere ridotti usando metodi di rilassamento, assumendo caffeina solo al mattino, cercando di mantenere dei ritmi sonno veglia regolari come ad esempio, andare a dormire ed alzarsi sempre alla stessa ora ogni giorno. È importante risparmiare energia e svolgere solo le attività più importanti quando si ha più energia. Muoviti ed esercitati quando sei ben riposato e hai più energia. Sii realistico sui tuoi limiti e non essere duro con te stesso. Inoltre, non essere troppo timido o troppo orgoglioso per accettare l’aiuto. Lascia che gli altri si occupino delle faccende domestiche, che svolgano per te piccole commissioni o che ti accompagnino in macchina quando non te la senti di fare da solo.

Il sostegno psicologico

 

La fatigue ha anche, nella maggioranza dei casi, una forte componente psicologica. La diagnosi, le terapie, la paura per l’esito della malattia causano spesso ansia, depressione, attacchi di panico, insonnia e sbalzi d’umore.  Ciò può essere aggravato da condizioni di disagio psicologico preesistenti. Il supporto psicologico può essere un valido aiuto per affrontare e ridurre i sintomi della fatigue.
La psicoterapia, individuale o di gruppo, può essere un valido strumento per affrontare il disagio psicologico.

Infine, ricordiamo che altri tipi di interventi utili possono essere le tecniche di rilassamento, il biofeedback e la mindfulness.

[1] Tomlinson D, Diorio C, Beyene J, Sung L. Effect of exercise on cancer-related fatigue: a meta- analysis. Am J Phys Med Rehabil. 2014 Aug;93(8):675-86. doi: 10.1097/PHM.0000000000000083.
[2] http://www.recentiprogressi.it/allegati/01740_2015_01/fulltext/07_Prospettive%20-%20Fatigoni.pdf
Le informazioni presenti nel sito devono servire a migliorare, e non a sostituire, il rapporto medico-paziente. In nessun caso sostituiscono la consulenza medica specialistica.
Pur garantendo l’esattezza e il rigore scientifico delle informazioni, We Will Care Onlus declina ogni responsabilità con riferimento alle indicazioni fornite sui trattamenti, ricordando a tutti i pazienti visitatori che in caso di disturbi e/o malattie è sempre necessario rivolgersi al proprio medico curante.
 Tutti i diritti sono riservati. La riproduzione e la trasmissione in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, comprese fotocopie, registrazioni o altro tipo di sistema di memorizzazione o consultazione dei dati sono assolutamente vietate senza previo consenso scritto di We Will Care Onlus.
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Empowerment: chi decide cosa?

Empowerment: dalla diagnosi alla cura chi decide cosa?

Capita spesso, quando ci si ammala di avere la sensazione di “perdere il controllo” su di sé e sul proprio corpo. La diagnosi prima e le decisioni in merito alle cure, poi, vengono spesso vissute come un tornado che travolge e spazza via tutte le certezze fino a quel momento acquisite.
Si ha la sensazione di aver perso, e di non riuscire a ritrovare, la propria capacità di empowerment.

Ma che cos’è l’empowerment?

Il dizionario lo definisce come: “la conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni, sia nell’ambito delle relazioni personali sia in quello della vita politica e sociale”.

Ma come si concilia il controllo sulle proprie scelte con il fatto che ci si trova difronte ad una realtà sconosciuta, con termini che spesso non si conoscono e non si comprendono fino in fondo?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato più volte che la promozione dell’empowerment del paziente è un pre-requisito per la salute, mentre l’attuale Programma di Azione Comunitaria in materia di salute pubblica dichiara che la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali rappresenta uno dei valori fondamentali su cui si basa la strategia comunitaria.

Come dare, in termini pratici, potere al paziente?

Dal punto di vista del medico ciò avviene se e solo se il paziente viene accuratamente informato, fornendogli indicazioni chiare e comprensibili circa la propria diagnosi, i possibili trattamenti, i rischi e i benefici ad essi connessi.

Il “medicalese” delle lettere di dimissioni e dei consensi informati che il paziente è chiamato a firmare prima di qualsiasi intervento, il più delle volte senza capirne il contenuto, dovrebbero divenire esempi di come non comunicare con il paziente. Migliorare lo scambio d’informazione permette di incrementare il livello di interazione medico-paziente, in modo tale che il medico non decida per il paziente, ma con il paziente.

Come fa il paziente ad acquisire questo potere? Innanzitutto pretendendo tutte le informazioni che ritiene necessarie. Chiedere chiarimenti ogni qualvolta i termini utilizzati non siano comprensibili o sufficientemente chiari. Soffermarsi a ragionare con i curanti su cosa possa essere meglio per sé, per la propria qualità di vita, ma anche per la qualità delle cure.

Come si coniugano però necessità di sapere con la paura di sapere?

La diagnosi spesso spaventa e spaventa così tanto da provare in desiderio di nascondere la testa sotto la sabbia e non volerne sapere proprio nulla. “Fate voi. Siete voi i medici decidete per me”, questo pensiero spesso si associa anche alla rabbia e al senso di impotenza. In questi casi, anche se si riesce ad intervenire in modo efficace ed efficiente sul corpo, sulla dimensione fisica della malattia, gli strascichi emotivi e psicologici possono essere di difficile gestione sia per il paziente sia per coloro che lo affiancano.

È ormai noto e condiviso il fatto che, nella cura di qualsiasi patologia, si debba superare la centralità della dimensione fisica della malattia, alla quale deve essere affiancata la sfera emotiva, mentale e spirituale dell’individuo. Le scienze psicologiche collocano al centro di questo schema proprio l’empowerment, che in medicina costituisce uno strumento e al tempo stesso un fine della promozione della salute: un processo il cui obiettivo è quello di potenziare le risorse personali psico-sociali della persona nella gestione della malattia e del proprio percorso di cura, agendo su più livelli: il paziente, la famiglia, il medico o la società.

Il sostegno psicologico è uno dei metodi più efficaci  per potenziare tali risorse e per far riscoprire all’individuo le proprie capacità di pensiero ed azione in qualsiasi contesto si trovi ad agire.

 

 

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Burnout: sintomi, cause e interventi

Di cosa parliamo quando parliamo di BURNOUT?

Una delle definizioni più efficaci e diffuse della sindrome da burnout è stata introdotta da Maslach già nel ’76. Tale definizione, che continua ad oggi ad essere una delle più utilizzate, definisce il burnout come una sindrome caratterizzata da tre fattori prevalenti:

 

  • Esaurimento emozionale (emotional exhaustion) : è una delle prime componenti ad insorgere nelle situazioni di burnout. Si caratterizza per una sensazione costante di inaridimento emotivo, perdita di forze ed energie psicologiche per far fronte alle richieste dell’ambiente lavorativo
  • Spersonalizzazione (depersonalization): intesa come progressiva perdita di capacità empatiche nei confronti dei pazienti e dei loro caregiver, gli operatori mostrano livelli di freddezza e cinismo tali da dare l’impressione non poter più considerare i pazienti come persone ma semplicemente come oggetti, numeri o “cose” da gestire.
  • Ridotta efficacia professionale (reduced personal accomplishment): il soggetto si sente inefficace professionalmente, si riducono sia le aspettative di successo, sia la progettualità, sia la capacità di stabilire una buona relazione d’aiuto. Tutto ciò può portare a manifestare una elevata inefficienza e inefficacia professionale.

È una condizione stress lavoro correlato che insorge prevalentemente nelle professioni d’aiuto in cui gli aspetti relazionali della professione intervengo in modo preponderante. La sindrome di burnout è una reazione difensiva, dinamica e in continua evoluzione che si instaura quando nei gruppi di lavoro, così come nel singolo operatore, le richieste dell’ambiente lavorativo sovraccaricano i soggetti coinvolti.

Gli oncologi, e in generale tutto il personale socio-sanitario coinvolto nelle cure dei pazienti oncologici, sarebbero, quindi, tra i più esposti al burnout.

Una delle più recenti ricerche in merito*, ha visto coinvolti 737 oncologi di 41 paesi europei. L’81% dei soggetti rispondenti erano di età inferiore ai 40 anni. I dati emersi, soprattutto per gli oncologi di età inferiore ai 40 anni, pur con notevoli differenze a seconda dell’area geografica di appartenenza, mostra nel 71% dei casi una sindrome da burnout in atto. Andando più nel dettaglio i giovani oncologi manifestano  spersonalizzazione nel 50%, esaurimento emozionale nel 45% e ridotta efficacia professionale  nel 35%.

Livelli così elevati di stress lavoro-correlato possono portare, secondo i ricercatori, a gravi conseguenze. In particolare ad un notevole incremento di ansia, depressione, abuso di sostanze stupefacenti, alcool e perfino al suicidio.

Cause di insorgenza

Tra le cause di insorgenza del burnout i ricercatori concordano sul fatto che, oltre al fattore geografico, alle difficoltà legate all’organizzazione lavorativa e agli eccessivi carichi di lavoro hanno evidenziato, tra i fattori di rischio più rilevanti:

  • Inadeguata formazione a riconoscere e gestire i sintomi
  • Scarso o insoddisfacente equilibrio tra vita privata e vita lavorativa
  • Inadeguati periodi di tempo di stacco/vacanza dagli impegni lavorativi
  • Mancanza di un gruppo di supporto con cui confrontarsi e discutere degli eventi lavorativi e dei casi clinici particolarmente impegnativi.
  • Impossibilità di accedere a servizi di supporto

Strategie di intervento

Nel corso degli ultimi 10 anni sono stati attivate, in Europa così come negli USA diversi progetti di gestione e prevenzione del burnout. Alcuni ricercatori hanno condotto una revisione sistematica e impostato una meta analisi degli interventi attuati per ridurre il burnout**.
I risultati, di recente pubblicazione individuano, tra gli interventi attuati, due tipologie prevalenti: interventi diretti al singolo medico e interventi diretti all’organizzazione. Questi ultimi in realtà, sono molto pochi e riguardano piccoli cambiamenti nell’organizzazione lavorativa, ciò nonostante hanno avuto una significativa riduzione di alcuni sintomi di burnout. La meta analisi evidenzia, inoltre, che gli interventi diretti al gruppo di lavoro hanno ottenuto buoni risultati in termini di riduzione del burnout. Tutti gli interventi che miravano a un riequilibrio tra carichi di lavoro e tempo libero, e che prevedevano una maggiore condivisione, in gruppo, delle difficoltà sembrano aver avuto un impatto significativo.

 

*Professional Burnout in European Young Oncologists: Results of The European Society For Medical Oncology (ESMO) Young Oncologists Committee Burnout Survey Copyright © 2017 European Society for Medical Oncology
**Controlled Interventions to Reduce Burnout in Physicians A Systematic Review and Meta-analysis Panagioti M., Panagopoulou E., Bower P., et al.

 

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We Will Care e A.R.C.U.S. correre insieme per fare la differenza

L’8 Aprile, A.R.C.U.S., l’Associazione Ricreativa e Culturale di Unimi, correrà la Milano Marathon per aiutare la nostra Onlus We Will Care nella raccolta fondi per il progetto “Pazienti a Bordo”, grazie al quale 150 pazienti oncologiche avranno la possibilità di partecipare ad un corso di vela di una settimana presso il Centro Velico Caprera.

Le pazienti saranno accompagnate in questo viaggio da psicologhe ricercatrici che durante sedute quotidiane di psicoterapia le aiuteranno a cercare le similitudini fra il viaggio in mare e il viaggio della vita e raccoglieranno dati volti a valutare l’efficacia di questo innovativo percorso di cura.

Il giorno 20 Febbraio alle ore 17.00 nell’aula MN di Via Mangiagalli 32,  A.R.C.U.S. e We Will Care si incontreranno per condividere traguardi e progetti futuri. Sarà l’occasione per conoscere meglio Arcus, la nostra Onlus  e il nostro progetto “Pazienti a Bordo“, grazie anche alla preziosa testimonianza di due pazienti che la scorsa estate hanno provato quel turbinio di emozioni che è la psicoterapia unita alla barca a vela.

All’incontro parteciperà anche il prof. Antonio La Torre, Professore Associato presso la Scuola di Scienze Motorie e Presidente del Comitato per lo Sport Universitario, che darà consigli utili per affrontare al meglio la Milano Marathon.

L’incontro è pubblico e gratuito.

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